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martedì 12 aprile 2011

La noia creativa



Articolo di Vera Schiavazzi su Repubblica del 12 aprile 2011


Corsi, accademie, seminari per imparare a lasciare la mente libera, senza paura dei tempi morti e della solitudine. Psicologi e insegnanti che consigliano di passare un’ora al giorno senza fare nulla. Perché annoiarsi può migliorare l’attenzione e la fantasia.


Tra i suggerimenti anche quello di eliminare impegni dalla fitta agenda dei bambini


La prima Boring Conference lanciata da James Ward a Londra è stata un successo


Terrorizzati dal vuoto, incapaci di ricordare il piacere sottile di contemplare il soffitto, gli adulti di oggi cercano di impedire a chi è arrivato dopo di loro – figli, studenti, nipoti e perfino colleghi più giovani – di annoiarsi, anche per pochi minuti. «Un grave errore – dice Duccio Demetrio, docente di filosofia del!’ educazione a Milano Bicocca e inventore dei laboratori di otium meditativo lanciati con successo un anno fa a Torino Spiritualità – perché decretando che la noia è fuori moda ci priviamo di occasioni fondamentali. Guardare per aria, aspettare che il tempo passi, che le idee tornino in superficie e il nostro cervello si riempia dopo essersi svuotato». Per fare spazio là dove la quotidianità liberal-efficiente ha riempito ogni fessura, dunque, nascono corsi, accademie, seminari. E c’è perfino chi ricorre alla psicoanalisi per svuotare la mente. L’Accademia del silenzio (e i blog collegati, www.ascoltareilsilenzio.org) promuove maratone- otto ore senza parole – e corsi estivi.


Abbiamo troppa paura della noia – sostiene Nicoletta Polla Mattiot, fondatrice dell’iniziativa anti-rumore – per questo spesso inzeppiamo le nostre vite di attività, chiacchiere e frenesia per paura del vuoto. C’è un’indicazione bellissima dello psicoanalista Masud Kahn, che dice che è necessario lasciare la mente come un campo a maggese: libera di tanto in tanto di rigenerarsi proprio nell’ ozio creativo e nell’ assenza di sollecitazioni».Ma a battersi per riscoprire la noiasonoanche e soprattutto insegnanti e genitori. O, meglio, una minoranza di essi, un’avanguardia consapevole delle conseguenze di venti o trent’ anni di bambini con agende intasate come quelle di un top manager. La riscoperta del tedio, della solitudine, di un pomeriggio sgombro da impegni viaggia sulle riviste e sui blog. «Costringendo i nostri figli a fare troppo li priviamo del piacere di godere del tempo, di percepire la differenza tra quello occupato e quello che non lo èdice Elena Brosio, da cinque anni nella redazione di Giovani genitori, mensile-movimento che sta per diventare anche associazione- Per i più piccoli, già l’asilo o la scuola materna sono una grande fatica, quando rientrano a casa hanno bisogno di non fare nulla per un’ora almeno. Solocosì, annoiandosi appunto, sono spinti a scegliere da sé a che cosa giocare, a parlare con l’amicoimmaginario, a simulare le situazioni che li coinvolgono». Senza noia, insomma, si abbatte anche la fantasia. «l ragazzi-aggiunge Marco Lodoli, scrittore e insegnante di lungo corso – hanno una fortissima paura di stare da soli. E, facendo di tutto, con la complicità degli adulti, perriempire il tempo con qualcos’altro si privano di quella solitudine formativa così importante per crescere. Per noi poterci chiudere in camera era un piacere, magari malinconico, ma un piacere. Per loro appare spesso come una prigione». Ma la colpa, se di colpa si tratta, non è loro. «Siamo noi genitori a essere messi in crisi di fronte alla frase “non so cosa fare” – osserva Paola Mastrocola, scrittrice (il suo ultimo libro è Togliamo il disturbo, un duro atto d’accusa sulla scuola di oggi) – Se avessimo la pazienza di aspettare’ i nostri figli si troverebbero qualcos’altro da fare nel giro di mezz’ ora. Perfino in vacanza cerchiamo di prevenire la noia, magari invitando un amichetto».

Il messaggio è chiaro: madri (e padri) si disintossichino, e cancellino un mese alla volta almeno un impegno dal planning feroce dei propri bambini. Che cresceranno un po’ più lenti, meno distratti dallo studio, e forse saranno perfino grati.

Per gli adulti, però, seminare buone abitudini non basta. Nascono così le “istruzioni per l’uso” dello spazio bianco: «Impariamo a concederci cinque o dieci minuti al mattino, dopo il risveglio, e la sera prima di andare a dormire – consiglia Giuliana Gola, psicoterapeuta – Se ci trasmettono una sensazione di benessere e ci aiutano a fare il punto sul nostro reale stato d’animo, sarà più facile allungarli in seguito». Poi, ci sono le buone letture. Dalla riscoperta di Giacomo Leopardi alle più contemporanee riflessioni dello psichiatra francese Patrick Lemoine, Annoiarsi, che felicità!, un libro che può essere anche un manuale per praticare l’arte dell’annoiarsi e distinguere il tedio “buono”, costruttivo e potenzialmente creativo, da quello pericoloso, l’inedia patologica anticamera della depressione. Per Lemoine, «la noia è un diritto, un problema sociale, politico e filosofico, così come nel passato è stata tral’ altro unaquestio ne religiosa. Quando parliamo di orari, o di ridurre il lavoro e decelerare le nostre vite in realtà stiamo discutendo di quanto spazio chi dirige le nostre comunità intende lasciare alla non azione, e dunque anche alla nostra libertà di pensare». Nell’inesausta lotta contro l’inattività, che già in epoca vittoriana gli inglesi consideravano “una perversione”, europei e americani hanno perso due ore di sonno per notte negli ultimi cent’anni. «lasciare i pensieriliberi di decantare, come il mostro nel tino, è l’unica strada attraverso la quale il nostro cervello può rìtemprarsi, una sospensione temporale necessaria e un grande spazio di libertà, come ci ha insegnato anche un grande filosofo, Vladimir Iankélévitch». conclude Demetrio. Alla redazione di Smemoranda, l’agenda di Gino e Michele, pensano che il popolo degli “annoiati” coincida con i loro clienti-lettori, in tutto oltre 25 milioni di italiani. Si può fare un’agenda per gente che ha tempo da perdere? «Si può, e noi cerchiamo di farla separando anche visivamente lo spazio organizzato da quello libero. Sopra usiamo i quadretti, sotto una linea sottile e quasi invisibile come quella di un pentagramma. Ognuno la riempia come vuole, compreso con i disegnini. A distanza di anni, avrà così anche il diario dei suoi momenti noiosi». Di annoiarsi, del resto, c’è bisogno un po’ ovunque in Occidente: lo dimostra il successo del libro di Peter Tooheyo dei blogdedicati come quello dell’inglese James Ward, intitolato Amo le cose noiose. Che contiene autentiche perle, dalla sua relazione sulle barrette di cioccolato Twirl esaminate in 160 diversi negozi di Londra fino alla Prima conferenza sulla noia del 2010, che in poche ore ha esaurito i biglietti di ingresso in vendita. Annoiarsi è anche una forma di ribellione. Negli Stati Uniti, alcuni dipendenti di aziende in crisi a rischio di licenziamento si scambiano online i “metodi sicuri” per distogliere l’attenzione a pagamento, continua e ossessiva, richiesta dai manager. E imparare ad apprezzare la noia è anche l’oggetto di studio di Naomi Alderman, giornalista e scrittrice newyorchese che si è dedicata al modo migliore di passare le 25 ore dello Shabbath ebraico insieme ai propri figli: «La regola è quella di non fare nulla che ci impegni davvero, e osservarla può rivelarsi molto istruttivo». Imparare a non far nulla e a lasciar vagare la mente, dunque, è possibile. Anche se i più fortunati restano quelli che non ne hanno bisogno perché non hanno mai smesso di farlo, un popolo di alternativi che guarda poco l’orologio e rifiuta di essere connesso 24 ore su 24 o dì rispondere in tempo reale agli stimoli (eccessivi) del mondo intorno a sé. Uno sbadiglio ci salverà.





UN SILENZIO DA PRIMA PAGINA (invito alla lettura) risposta a Vera Schiavazzi


Non è vero che per difendere il silenzio bisogna stare zitti.

Non è vero che per accendere il silenzio occorra spegnere l’interruttore del pensiero.

E, ancora, non è vero che per promuovere il silenzio sia indispensabile separarsi in maniera radicale dalla quotidianità.


E’ vero invece che creare spazi di silenzio interiore fa emergere più spazio per la ricerca di domande sensate.

E’ vero anche che limitare il bombardamento mediatico quotidiano può apparire un semplice palliativo, niente più di un blando placebo.

Ed è, infine, pur vero che probabilmente il silenzio assoluto in natura non esiste, che anche nello spazio più profondo si può percepire il rumore delle stelle;

ma d’altra parte è innegabile che la ricerca silenziosa crei nuovi pensieri per nuovi racconti alla ricerca di nuovi mondi.

Giorgio


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