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mercoledì 8 febbraio 2012

Danubio

Claudio Magris nel suo interessante libro "Danubio" riporta una citazione da meditare:
"La persuasione è il possesso presente della propria vita e della propria persona, la capacità di vivere a fondo l'istante senza l'assillo smanioso di bruciarlo presto, di adoperarlo e usarlo in vista di un futuro che arrivi più rapidamente possibile e dunque di distruggerlo nell'attesa che la vita, tutta la vita, passi velocemente.
Chi non è persuaso consuma la propria persona nell'attesa di un risultato che ha sempre da venire, che non è mai.
La vita come mancanza, come desse, annientata di continuo nella speranza che la difficile ora presente sia già trascorsa, affinchè sia

cessata l'influenza, superato l'esame, celebrato il matrimonio o registrato il divorzio, terminato un lavoro, arrivate le ferie, giunto il responso del medico.
Se spera sperando / che vegnarà l'ora / de andar in malora / per più no sperar."

giovedì 3 febbraio 2011

Perversione della verità

Da La Repubblica del 3/2 (Benedetta Tobagi)

Anche questo articolo è illuminante per capire cosa sta accadendo.
Paragonare l'Egitto e la Tunisia all'Italia puo' sembrare eccessivo.
Ma il punto è che in quei paesi si vede il coraggio della gente di ribellarsi anche fisicamente ai privilegi e all'arroganza del potere.
Da noi non c'è la più pallida possibilità di immaginare una protesta decisa fatta con manifestazioni di piazza su tutto il territorio nazionale.
E io sono il primo a sentirne l'esigenza ma a non farlo. Perchè?

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La parola "perversione" continua a frullarmi in testa, come il basso continuo di una società in cui sfruttamento e manipolazione del prossimo proliferano ben oltre i sotterranei di Arcore. I festini a luci rosse che riempiono da settimane le cronache non hanno nulla di giocosamente licenzioso, presentano piuttosto i caratteri della perversione sessuale: serialità, ripetizione ossessiva di un copione, ricorso a travestimenti e messinscena, la riduzione della donna a un feticcio anonimo, stereotipato, sostituibile. Nelle grandi aziende avvelenate dal mobbing, nel mondo dei grandi speculatori come nei dipartimenti universitari, ovunque si sono affermate forme di perversione morale, qualitativamente diversa da quella sessuale, e ancor più grave: un'epidemia di atti e comportamenti disumanizzanti (dunque: perversi) che innescano a cascata una corruzione contagiosa. Molte giovani donne degradate a oggetti trattano a loro volta i vecchi pervertiti come macchine sputasoldi e se stesse come merce di scambio. Come fanno, d'altro canto, anche gli "onorevoli" sedicenti "responsabili".

Manipolare le persone a proprio uso e consumo, ridurre i rapporti a transazioni, le persone a merce o strumento: oggi sembra una costante. Chi ha la pazienza di addentrarsi nelle riflessioni di psichiatri e psicologi (segnalo Il genio delle origini di Racamier e Molestie morali di Hirigoyen) troverà pagine illuminanti. La perversione morale (o narcisistica) scaturisce dal bisogno di affermare se stessi a spese di altri: il perverso ha bisogno
di un pubblico e di "prede", che tratta non come esseri umani, ma come utensili. Tratti tipici del perverso? Indifferenza verso l'altro, aggressività, manipolazione, sfruttamento, denigrazione, distruttività. La perversione morale va a braccetto col cinismo, con cui giustifica se stessa: non esiste nulla di buono e nobile, niente vale, tutto ha un prezzo. La perversione avvelena i pozzi, lavorando su debolezze profonde e molto comuni: dall'insicurezza, alla paura, al bisogno di affermazione personale. I perversi hanno un vero talento a tirar fuori il peggio dagli altri. Sfruttano le inclinazioni segrete, gli antagonismi latenti, somministrando piccoli o grandi vantaggi materiali. Con un mix di prebende, ricatti e sentimenti inconfessabili, saldano rapporti di fedeltà molto resistenti. Per consolidare il proprio dominio, i perversi sfruttano la segretezza, l'intimidazione, la menzogna, il confondere le carte e le idee, la dissimulazione, l'abuso di fiducia, l'abuso di potere e la squalifica violenta di coloro che non si sottomettono. Perché il nemico giurato della perversione è, semplicemente, la verità. Nel sistema creato dal perverso, "la verità non ha più esistenza propria, altro non è che quel che lui decreta, e la sua parola terrà luogo di prova" scrive Racamier. È una strategia molto efficace: disorienta e paralizza chi cerca di reagire. Contro questa mistificazione costante occorre armare il pensiero, per restare saldi, distinguere, smascherare.

Non è certo un caso che questi meccanismi perversi siano emersi più che mai palesi attorno allo sfruttamento e alla degradazione del corpo femminile. Trovo sia molto simbolico. Pravda in russo, Wahrheit in tedesco, vérité in francese, verdad in spagnolo: tutti sostantivi femminili. Verità, oggi più che mai il tuo nome è donna. Per la dignità della verità e della donna - entrambe violate, svilite, manipolate, zittite e umiliate - è tempo di scendere in piazza

venerdì 28 gennaio 2011

B. 2




Anche questa analisi sul fenomeno B. mi pare molto interessante riguardo la tipologia di leadership.
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Dal Corriere della Sera del 28 gennaio 2010:

Personalismo e legittimità democratica ne fanno un uomo che tenta di convertire la situazione sfavorevole in occasione

Nella reazione di Berlusconi c'è il segreto della sua leadership

Personalismo e legittimità democratica ne fanno un uomo che tenta di convertire la situazione sfavorevole in occasione



Una libera discussione critica sul «caso Ruby» è difficile sia per ragioni ovvie (la passionalità degli schieramenti che inibisce l'argomentazione) sia per ragioni concettuali: la complessità di uno scandalo sessuale che mette in gioco una molteplicità di fattori (politici, penali etici e simbolici) che interagiscono in un intrico. Comunque sia, a modo mio, avanzo qualche considerazione. Tocco un solo tema: il modo di reagire di Berlusconi alla situazione in cui si trova. Il caso Ruby scoppia e Berlusconi, nonostante riceva pressioni da più parti, rifiuta di presentarsi davanti ai magistrati e ricorre a messaggi video rivolti al pubblico, proclamando la sua innocenza e denunciando l'accanimento della magistratura.



Si può certo banalizzare e dire che Berlusconi vuole semplicemente sottrarsi alla giustizia e sta cercando delle scappatoie. Penso che il lettore non si accontenti di questa risposta. Sarà l'esito del processo a farci sapere la verità; e ciascuno potrà trarre le proprie conclusioni. Nell'attesa, una risposta più articolata può darsi, guardando a due aspetti della leadership di Berlusconi. Primo: è un leader ad alto tasso di personalismo (la persona come istanza legittimante, che, memore dell'esperienza di costruttore di un impero economico, pone su di sé un accento di valore preminente). Secondo: è un leader che invoca continuamente il voto popolare come fonte ultima della propria legittimità politica. Personalismo e legittimità democratica fanno di Berlusconi un uomo politico che, a fronte dello scandalo sessuale, tenta di convertire la situazione sfavorevole (il rischio della sconfitta e del ritiro dall'arena del potere) in un'occasione adatta a dar prova della sua qualità di capo che non abbandona la partita (l'intervento combattivo di qualche giorno fa alla trasmissione faziosa di Gad Lerner lo testimonia).




Capiamo allora i messaggi video, vale a dire comunicazioni rivolte, non alle istituzioni, ma al pubblico degli elettori. Il loro scopo è alimentare sentimenti di fiducia e di lealtà verso la persona di Berlusconi; tanto più che lo scandalo sessuale va a colpire proprio l'integrità morale della sua persona e dunque l'autenticità della relazione tra capo e seguito, che è eticizzata e personale. Ma un altro meccanismo simbolico permette di spiegare il rifiuto che Berlusconi oppone alla convocazione dei magistrati. Naturalmente, non mi sto riferendo all'argomento legale degli avvocati del Cavaliere (la competenza dei giudicanti). In gioco è piuttosto una propensione della psiche di Berlusconi che, congetturo, porta il presidente del Consiglio
Accentuando la salienza (e la decisività) del voto popolare che lo investe di legittimità politica, Berlusconi, incentivato pure dal suo personalismo, è esposto alla tentazione di ritenersi dotato di una sorta di immunità: essere al di sopra di ogni critica, di ogni sottoposizione a giudizio. C'è insomma uno scivolamento. Dal principio per cui il potere politico è legittimo se è prodotto dalle elezioni del popolo sovrano, si passa alla pretesa che il detentore del potere politico, proprio perché eletto dal popolo sovrano, goda di uno stato di grazia, per cui non ci si può opporre a esso. La prospettiva liberale (da Mill a Constant a Popper) da sempre ha messo in guardia dai pericoli di ogni identificazione della vox populi con la vox Dei (anche in versione laica).




Giorgio Fedel

giovedì 27 gennaio 2011

B.

Questo è un ottimo articolo apparso su La Repubblica del 26/1 che analizza da un punto di vista sociologico il fenomeno B.
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COME è possibile essere ancora berlusconiani? Non dico di (centro) destra, conservatori, anticomunisti, liberalpapisti o qualunque altra definizione ci si voglia dare per stare da quella parte politica. La domanda è: come si può ancora credere (di credere) a Silvio Berlusconi? Alla legittimità dei suoi comportamenti, al fondamento meritocratico delle sue nomine, alla soglia minima di logica delle sue giustificazioni e perfino all' opportunità delle sue "cosiddette" espressioni verbali? Si dirà: per tornaconto personale. I fedeli sono stati comprati, promossi, promessi e (loro sì) mantenuti. Può esser vero, ma non per tutti e non per tutto. È una spiegazione semplicistica. Ha il difetto di troppe argomentazioni anti-berlusconiane: non ragiona "a contrario", ma come lui. Non cerca un punto di vista laterale e nitido. Da cui capire se c' è una motivazione più profonda dietro il fatto che alcune signore si alzano a comando dalle sedie dei talk show e altre no, che alcuni corifei cantano ogni mattina e altri da qualche tempo tacciono. Che cosa induce i primi a restare sulla nave? La risposta, per molti di loro, ha a che fare con una condizione particolare nella quale si sono messi. Per comprenderla bisogna sfogliare l' album della memoria e rivedere almeno due fotografie illuminanti. Una fu scattata alle Bahamas: Silvio Berlusconi corre, seguito dai i suoi uomini più fidati. Tutti sono vestiti alla stessa maniera, rigorosamente di bianco. L' altra fu presa su uno yacht, ai tempi spensierati della signora Ariosto: lì Silvio Berlusconi è al centro e gli altri intorno. Di nuovo tutti hanno la stessa maglietta, in questo caso a righe. Sono due dei tanti indizi che portano a considerare il rapporto tra il premier e i suoi (non a caso ho già usato questa parola) fedeli, come quello che si crea all' interno di una setta. Lui è il guru, loro gli adepti. Altri segnali? La pretesa di una dedizione assoluta e cieca: chi contrasta il guru viene prima accusato di eresia, poi allontanato, infine coperto di nefandezze. La ritualità degli incontri, la loro scansione cerimoniale, per quanto bislacca: lo stesso cibo, la stessa musica, lo stesso relax. Il volonteroso sacrificio delle vestali, in guerra tra loro per sedere sulle ginocchia del guru (il sommo Rael, per dire, aveva appeso alla parete la foto delle preferite, con tanto di stellette al merito). MediaSetta, ecco cosa. A cui votarsi, a maggior ragione se questo particolare guru, invece di prendere e basta, elargisce: non solo illusioni, stili di vita, risposte al vuoto, ma anche beni materiali, cariche, appalti. Con questo, davvero chi ne beneficia è convinto, al netto del tormentone sulla persecuzione giudiziaria, che il suo guru non abbia passato il segno, non stia dicendo cose prive di ogni fondamento, prima che politico o giuridico, logico? Chi ha conosciuto personalmente alcuni dei suoi restanti scudieri è perplesso nell' apprendere che uomini di una trascorsa raffinatezza estetica hanno sceso gli scalini che portano a una qualsivoglia tavernetta, o nel seguire le peripezie retoriche di chi ha prestato il proprio intelletto a cause più degne. Ha comunque una certezza: questi, quando vanno a letto la sera, nel momento esatto in cui spengono la luce, sanno. Lo sanno: che il re è nudo, che il guru ha una tunica bianca sempre più trasparente e sotto, niente di niente. E allora perché si svegliano, si alzano e recitano ancora la stessa improbabile preghiera? Molti anni fa incontrai un uomo, in Svizzera. Era un dentista. Soprattutto, era l' unico sopravvissuto al suicidio di massa della Setta del Sole. Arrivato sul luogo dell' incontro con il vecchio guru ormai disperato e gli altri adepti (banchieri, musicisti, scrittori) aveva avuto una sensazione di disagio ed era tornato indietro, salvandosi dal rogo finale. Gli chiesi se non avesse mai avuto prima quella sensazione, se avesse sempre creduto ciecamente. Rispose che un anno prima, frugando nel magazzino della villa in cui il guru ospitava i seguaci, aveva trovato il proiettore con cui creava l' ologramma spacciato per soprannaturale apparizione e si era reso conto di tutto. Domandai allora perché, a quel punto, non avesse lasciato la setta. Rispose: ero andato troppo lontano, da tutti gli altri e soprattutto da me stesso; avevo rinnegato tutto quello in cui avevo creduto prima per un' immagine fasulla, ma non potevo tornare indietro, non avevo niente a cui tornare, il me stesso di prima non c' era più. Ci sono molti personaggi pubblici nella condizione di quel dentista. Sono andati troppo lontano, soprattutto da se stessi. Liberisti che hanno giustificato il monopolio. Censori bigotti che hanno chiuso gli occhi davanti alla trave dopo aver gridato per la pagliuzza. Professionisti della stampa che ne han fatto coriandoli. Perfino gli avvocati, che per dovere provano a puntellare ogni possibile versione dei fatti, anche loro: come possono proporci un alibi per la notte del 32 gennaio? L' incantesimo è passato, alcuni l' hanno affermato dopo 16 anni nella MediaSetta, ha dell' incredibile, ma pazienza, almeno son scappati, come il dentista prima del rogo. Questi che restano avendo visto non solo il proiettore nel magazzino, ma la diavolina accendifuoco in tutte le stanze, devono essere davvero convinti di non poter avere una vita migliore fuori da lì. Forse pensano di ricoprire alti incarichi senza altri meriti che la disponibilità. Forse credono (di credere) davvero nel raggio di luce che squarcerà il cielo, indicherà il guru, lo solleverà al colle e loro con lui. Poi spengono la luce e si danno la buonanotte da soli.
- GABRIELE ROMAGNOLI